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La visione del Buddha: La Via di Mezzo, Quattro Nobili Verità, Ottuplice Sentiero

Frammento di Operation Moksha - In the exile of matter


Il Buddha diede insegnamenti a tre principali tipi di persone.

Coloro che volevano evitare la sofferenza ricevettero informazioni sulla causa ed effetto.

Coloro che volevano adoperarsi per gli altri ricevettero insegnamenti su compassione e saggezza. 

Con quelle persone che avevano una forte fiducia nella propria e altrui natura illuminata, il Buddha condivise la visione diretta della mente, chiamata il ‘Grande Sigillo’


Buddha in sanscrito significa “Il Risvegliato”, e che oggi gli studiosi hanno ormai riconosciuto che questo nome si riferisce a un personaggio realmente esistito, come detto Siddharta Gautama. Egli era il giovane figlio della famiglia nobiliare dei Sakya, e nacque nei pressi dell’attuale confine fra India e Nepal, a Kapilavastu.

Nonostante gli ostacoli posti dal padre Suddhodana, un giorno il principe riuscì a uscire dal palazzo e incontrò un vecchio, un malato, un cadavere e un monaco. Da quel momento, egli fu consapevole dell’esistenza della vecchiaia, della malattia e della morte, ma anche della serenità di chi si è staccato dal mondo, come il monaco da lui veduto.

Dopo il suo incontro con la sofferenza, Siddharta lasciò di notte il suo palazzo e la sua famiglia, e si liberò (come San Francesco) dei suoi abiti nobiliari per vestirsi poveramente. Egli intraprese una serie di esperienze per giungere a comprendere il significato dell’esistenza: seguì l’insegnamento dei brahmini, i sacerdoti indù, ma ne fu insoddisfatto; si ritirò poi nella foresta come un asceta, un uomo che vive solitario e lontano dal mondo. Infine, ai piedi di un grande albero di ficus, dopo aver superato le tentazioni di Mara, il sovrano infernale della Morte, Siddharta ebbe il ‘Risveglio’: la consapevolezza della causa del male, della sofferenza e della morte che sono presenti nel mondo.

Secondo la tradizione, dopo un primo momento di esitazione, il Buddha decise di trasmettere questa conoscenza al mondo. Si recò a Sarnath, vicino Varanasi, in India, dove nel Parco delle Gazzelle (o dei cervi) pronunciò il suo famoso primo discorso, lo fece ai cinque asceti con cui aveva condiviso la durezza e l’asprezza di quel tipo di vita per sei anni, che conteneva le Quattro Nobili Verità. 

Poiché Siddharta aveva praticato per 29 anni una vita completamente agiata, e per i successivi 6 una vita di stenti ed elemosina, ovvero la via ascetica, l’illuminazione che ricevette lo spinse a considerare queste due vie come estreme, e a ponderare un’altra via come quella idonea all’illuminazione: 

“Due sono a mio avviso, o monaci, i fini estremi della vita ascetica da non perseguire.” 

“Quali sono?” gli chiesero.

“L’uno è ricercare e desiderare il piacere. Questo viene dall’attaccamento, è volgare, non è nobile, non porta ad alcun profitto. L’altro estremo è la ricerca dell’ascetismo, dello spiacevole, della sofferenza, della rinuncia, ed è ugualmente penoso e non porta alcun profitto. Non praticando alcuno dei due estremi, o monaci, l’Illuminato ha realizzato la via di mezzo, che genera la visione, che genera la saggezza, porta la calma, porta la sapienza, porta l’illuminazione, porta il Nirvana. E qual è, o monaci, questa via di mezzo che porta alla pace, alla conoscenza, al risveglio, al Nirvana? È questa, o monaci, la via di mezzo, giusta, media, che l’Illuminato ha scoperto, questo è il Nobile Ottuplice Sentiero.”

Parlò così delle Quattro Nobili Verità e infine del Nobile Ottuplice Sentiero:

1.   Gli esseri umani soffrono: la realtà dell’esistenza personale e del mondo esteriore è dolore, consistente nell’invarianza delle sue condizioni: nascita, malattia, morte, mancanza di ciò che si desidera, unione con ciò che dispiace, separazione da ciò che si ama. 

2.  La sofferenza nasce dalla ricerca di ciò che è transitorio: desiderio di esistere, il bisogno del piacere e anche il suo rifiuto.

3.  Per sconfiggere il dolore bisogna abbandonare l’attaccamento alle cose, alle persone, e ai valori ingannevoli: il desiderio va eliminato.

4.  Esiste un percorso da seguire per emanciparsi dal dolore: il Nobile Ottuplice Sentiero.

Il Nobile Ottuplice Sentiero:

1.  Retta visione
2.  Retta intenzione
3.  Retta parola
4.  Retta azione
5.  Retta sussistenza
6.  Retto sforzo
7.  Retta presenza morale
8.  Retta concentrazione 


Era l’inizio di una vita di insegnamento, che vide numerosi discepoli riunirsi attorno a lui per formare le prime comunità di monaci e di monache. Alla fine, superati gli ottant’anni di età, il Buddha si spense a Kushinagara. Ma la dottrina buddhista continuò a vivere e a diffondersi. 

I discorsi del Buddha sono stati trasmessi oralmente alcuni secoli dopo la sua morte. Solo verso il primo secolo a.C. sono stati trascritti in lingua pali. Ma qual è lo scopo degli insegnamenti buddhisti? Liberare l’essere vivente dalla sofferenza. La vita umana non può evitare la presenza del dolore e della morte, per un motivo molto semplice: tutto ciò che ha un inizio deve avere una fine. Questa situazione non riguarda solo l’individuo, ma tutto ciò che è nell’Universo. Perfino gli dei un giorno cesseranno di esistere. La non consapevolezza di questa verità da parte dell’uomo è definita avidya, “ignoranza”. 


Secondo buddhism.it la migliore spiegazione degli insegnamenti buddisti proviene dal Buddha stesso. In sanscrito gli insegnamenti sono chiamati dharma e in tibetano ciö. Entrambi i termini significano “le cose così come sono”.

Il buddhismo potrebbe essere ritenuto una filosofia visto che i suoi insegnamenti rappresentano una visione logica e completa, ma non è propriamente una filosofia. La filosofia può spiegare le cose su un livello formale, di parole e idee, mentre gli insegnamenti del Buddha lavorano con la nostra totalità. 

Sia la filosofia che la pratica buddista portano verso una chiarezza del pensiero ma solo quest’ultima può guidare verso una trasformazione definitiva perché dà una soluzione pratica agli eventi, sia interiori che esteriori, sperimentati nel quotidiano. 

Proprio per questa capacità degli insegnamenti di trasformare le persone che li praticano, alcuni considerano il Buddhismo una sorta di psicologia. Le varie scuole di psicologia tentano tutte di aiutare le persone a non essere un peso per la società e a non avere troppe difficoltà personali. La psicologia e il buddhismo possono cambiare le persone ma quest’ultimo è per coloro che sono già sani – scrive ancora buddhism.it. Si può dire che il buddhismo inizia dove la psicologia finisce. Il buddhismo della Via del Diamante diventa uno strumento efficace nel caso in cui le persone sono già stabili e sperimentano lo spazio come felicità e non come una minaccia. Da questo livello gli insegnamenti sono in grado di sviluppare l’assenza di paura illimitata, la gioia, l’amore e le ricchezze innate della mente. 

Applicando gli insegnamenti alla propria vita – prosegue buddhism.it – sorgerà una profonda fiducia nel proprio potenziale, dando a tutte le situazioni il gusto del significato e della crescita. Quando poi aumenterà la consapevolezza della natura condizionata di tutte le cose, i concetti rigidi svaniranno e appariranno naturalmente le perfette qualità di corpo, parola e mente. Il risultato finale della pratica – la piena illuminazione o buddhità – supera le mete intellettuali o terapeutiche, sia della filosofia che della psicologia, è uno stato di perfezione aldilà dei concetti. 

Grazie alla combinazione di una visione logica e del potere di trasformazione, attraverso metodi che puntano a stati della mente permanenti e al di là del livello personale, il Buddhismo è da 2500 anni una religione di esperienza. 

Per il Buddha ogni essere al mondo è destinato ad estinguersi, persino la nostra coscienza. L’Universo è considerato il regno di maya, parola che significa “illusione”. La consapevolezza di ciò porta a squarciare il velo di maya, mettendo fine all’ignoranza: l’essere così liberato può raggiungere quello che il Buddhismo chiama Nirvana: uno stato paragonato a una fiamma che si spegne. Moksha e Nirvana sono sinonimi, per certi aspetti. Per la Moksha si intende infatti la liberazione che conduce a un piano esistenziale superiore, più vicino o addirittura in seno alla Fonte, a Dio. Il Nirvana invece è considerato, nel Buddhismo, come un traguardo di liberazione che non è chiaro dove conduca, poiché – come viene scritto anche dalla Treccani, e cito – non siamo sicuri se il Buddha ammettesse o meno l’esistenza di un principio eterno come fondamento di tutte le cose; sembra che egli non considerasse il parlare di ciò necessario ai fini del suo insegnamento.

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Frammento di Operation Moksha - In the exile of matter | by Klod Samadhi [ richiedi la tua copia a claudesator@gmail.com ]

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