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Il libro tibetano dei morti


Frammento di Operation Moksha - In the exile of matter



Nulla è realmente duraturo, tutto è già passato o sta passando. La vita non è statica, è dinamica, è formata da tanti momenti, da tante condizioni e dagli stati intermedi fra l'una e l'altra. Riconoscere la transitorietà dell'intero mondo empirico significa riconoscere la sua non-essenzialità. Si apre così l'accesso all'immutabile, alla realtà dell'immortale, che si identifica con la conoscenza del perfetto e del liberato. Ma il Buddhismo hayana adottò molto presto una terminologia capace di far capire meglio il divenire delle immagini e dei buddha, che, in virtù della concentrazione vengono percepiti sotto forma di visioni; e in particolare di far capire meglio ciò che avviene dopo la morte.

Il primo concetto è la "vacuità" (scr. sunyata, tib. sTong- panyid), che è la causa prima ed accomuna il samsara al nirvana. Il mondo empirico in fondo è vuoto perché in esso nulla ha consistenza ed essenzialità; il nirvana è vuoto perché la sua natura non è né descrivibile né esattamente definibile. Così il concetto di vacuità, a seconda della sua posizione esistenziale, ha un valore negativo nel mondo, nella trascendenza un valore positivo. La scuola del vijna-navada o dello yoga – cara del mahayana indiano presupponeva come base assoluta del mondo e del nirvana la "coscienza fondamentale" o coscienza universale (scr. alayavijnana, tib. Kun - gzhi rnam-shes). Incontriamo questa concezione già nell'Udana: nella coscienza dimora l'universo.

Tutta la sofferenza del vivere nel mondo apparentemente reale è sensazione percepita dalla coscienza. Ma anche il nirvana, la redenzione totale, è uno stato di coscienza; la sensazione, percepita dalla nostra coscienza, dell'essenza di dolore, di vacuità e dell'assenza dei processi mentali. La quiete della coscienza universale, la sua profondità ed infinità assolute iniziano quando scompaiono i pensieri che abitualmente entrano nella coscienza, partendo dal mondo empirico, attraverso la percezione. Il raggiungimento di questo stato è fra gli obiettivi essenziali di tutti gli esercizi di meditazione. Il nirvana è libertà assoluta dal mondo e dalle manifestazioni (samsara) provenienti dall'alayavijnana; è samsara ogni passo della coscienza universale in direzione del mondo fenomenico e quindi anche del mondo dei pensieri, che si levano ad ondate dalla coscienza universale.

Nel buddhismo questo perfezionamento consiste nella liberazione dalla sofferenza realizzando le possibilità dell'esistenza umana ed esercitando le virtù, con le quali è possibile superare gradualmente il mondo già in questa vita. Quindi la vita buddhista (e con un diverso orientamento, naturalmente, anche qualche altra autentica via esoterico-filosofica o religiosa) è del tutto conforme allo sviluppo psichico e alla maturazione fisica dell'uomo. Una volta che è entrato in questo mondo, e non può farne a meno perché lo vuole la legge della natura, l'uomo deve poterne uscire. Ebbene, saprà uscire solo se avrà conosciuto se stesso e il mondo. Se non avrà conosciuto se stesso e il mondo non saprà compiere l'estremo passo, il passo che porta alla trascendenza, e adesso si dispererà. Nell'Anguttara Nikaya troviamo scritto:

"Signore, è possibile errando conoscere, vedere, raggiungere la fine del mondo, dove non esiste nascita né vecchiaia né morte né transitorietà?
Errando non è mai possibile raggiungere la fine del mondo; tuttavia non esiste liberazione dalla sofferenza per chi non ha raggiunto la fine del mondo".

Chi desidera meditare sulla morte, sviluppare la contemplazione della morte, deve isolarsi e fare questa profonda riflessione: "Un giorno arriverà la morte, la forza vitale verrà sconfitta". Tali considerazioni stimolano l'attenzione, i sentimenti e l'intelligenza del meditante; solo così viene rimossa l'inibizione nei confronti dell'idea della morte, solo così l'idea della transitorietà gli diventa familiare, e via via che riflette egli acquista confidenza con l'idea della sofferenza e della perdita dell'Io.

Perciò chi, grazie a questi esercizi, non è preparato al trapasso, nella sua ultima ora verrà assalito da "angoscia e timore", cioè cadrà in balia degli ostacoli (prodotti dalla sua ignoranza di se stesso) che gli impediranno di acquisire una coscienza imperturbata e liberata. 

Il Libro tibetano dei morti insegna ai defunti a trovare la via attraverso il bar-do partendo dal presupposto (universalmente accettato nel Tibet) che quello che rinasce è il principio cosciente. Lo stato della coscienza determinato dal karma dà forma al corpo cosciente o spirituale (tib. Yid- kyi lus) che passa attraverso tutte le esperienze dei mondi postmortali, che nell'aldilà si attivano corrispondentemente al suo karma (vedi anche cap. II, 5). Per il Tibetano è estremamente importante che l'uomo acquisti consapevolezza ed acquisisca tutte le conoscenze che gli serviranno dopo la morte, che lo guideranno nel bar-do, già nella vita terrena. Secondo un autorevole testo che fa parte della tradizione "sNying- thig", fa da guida attraverso il regno intermedio un sestuplice sapere, costituito dalle seguenti conoscenze:

1. La conoscenza del precedente luogo di nascita o della precedente sfera esistenziale (tib. sNgon- gyi skye - gnas shes- pa).

2. la conoscenza del trapasso, della trasmigrazione della coscienza e della rinascita (tib. 'Chi - 'pho dang skye ba).

3. la conoscenza dello spirito trascendente (tib. Pha - rol - gyi - sems).

4. la conoscenza di tutti i fenomeni nascosti (che si trovano nella sfera non - visibile (tib. SKang- ba lkog - tu gyur- ba).

5. Sapere che si vedranno i sei regni esistenziali (delle rinascite) (tib. Rigs- drug - gi gnas mthong- zhing).

6. la perfetta conoscenza di tutte le capacità redentrici (purificanti) (tib. dBang- Po-rnams).


È una serie di sofisticate conoscenze che servono a superare i pericoli del bar-do, a percorrere la via del bar-do in modo consapevole. Permettono al corpo spirituale del defunto di orientarsi nell'aldilà profittando delle esperienze fatte nel corso della vita. Sono conoscenze che, per poter essere utili nella vita postmortale, debbono essere state acquisite durante la vita mortale. Per questo il monaco che legge ad alta voce il Libro dei morti suggerisce al principio coscienze che erra nel bar-do di ricordare queste conoscenze. Per capire bene in cosa consiste l'incarnazione e cosa è il triplice piano esistenziale degli uomini e dei buddha è necessario conoscere la dottrina dei "tre corpi" (scr. trikaga, tib. sKu-gsum). Senza conoscere questa dottrina, fondamentale per il buddhismo mahayanpa, non è possibile capire cosa avviene nelle iniziazioni ai mandala delle divinità del Libro tibetano dei morti.

La parola chiave per capire il concetto di "vita e morte" e il suo significato in un mondo che muta in continuazione è bar-do (scr. antarabhava). In tibetano "bar" significa "tra", e "do" è un "concetto numerico" che indica l'equilibrio fra due termini uguali o l'uguale misura di due cose, di due pesi, due valori, due numeri o due contenuti. Quindi il bar-do di cui parla il Libro tibetano dei morti è lo stato fra due stati fra loro uguali, cioè lo "stato fra due vite" (o forme di esistenza) fisiche o terrene. Pertanto il bar-do è una terza esistenza, quella che segue alla morte e precede la rinascita dell'uomo.

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Tratto da Operation Moksha - In the exile of matter | Klod Samadhi

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